| Disco rigorosamente da ascoltare con qualcosa che fuma stretta nella mano (e non mi riferisco ad una pistola), capelli lunghi legati da una fascetta, barba, occhiali Ray Ban “a goccia” con lenti nerissime, camicia sbottonata fino al petto, camperos impolverati e nella mente un “Fuck off” rivolto direttamente alla guerra del Vietnam. I The Yards sono una mini macchina del tempo, piacevole, ben prodotta, pensata e rodata da mesi e mesi di vita on the road. Fortunatamente questa macchina non puzza troppo di preparazione forzata ad una spesso inevitabile futura svendita in dollaroni delle idee musicali che il gruppo, in questo omonimo debut, ha saputo sapientemente mescolare. The Yards non rappresenta un progetto musicale qualunque: è infatti la nuova avventura sonora in cui si è buttato Chris Helme, ex Seahorses (la band dell’ex Stone Roses, John Squire), un musicista proveniente da una lunga gavetta, fatta di birra e brit pop anni novanta. La produzione fa dimenticare, per più di mezz’ora, tutte quelle attuali band fotocopia, fatte di miliardi di piccole note in levare e tempi strettissimi dentro cui intrappolare in maniera soffocante una canzone. Niente ritmi in quattro quarti velocissimi e al limite della pista da ballo. Niente giacchette rosa. L’album pubblicato dalla Industrial Erotica è un concentrato di leggera psichedelia e di melodie ariose che quando non sfociano in un garage rock tirato (“The Devil Is Alive And Well And In DC”) guardano spesso indietro verso gli anni sessanta e settanta, con una particolare propensione al sound degli Who o a quello dei mai troppo incensati dalla critica (almeno ai nostri giorni...) Lynyrd Skynyrd. “Forget Your Regrets” suona un po’ come se gli R.E.M. di fine anni ottanta “affrontassero” gli ascoltatori con la genuina arroganza sonora dei Soundtrack Of Our Lives, tutta incentrata sul trascinante ritmo pulsante e sotterraneo di batteria e basso. Altre volte sembra che alcune tracce partano lente come quelle più celebrative dei Radiohead o dei Frames per poi dissolversi in mille pezzettini infuocati che diventano cenere. L’odore lasciato nell’aria da questo disco è distintamente quello di oppio e wall of sound. Impossibile, infatti, non accennare ad un approccio molto british che spesso fa capolino dentro “un’idea” solo apparentemente molto più americana e retrò. Le melodie, spesso, vengono saturate dai riffs, dalle distorsioni, dalle tastiere, per poi essere improvvisamente svuotate e trascinate solo dalla voce di Helme. E se questo procedimento vi fa tornare in mente un po’ quello che erano soliti fare i Verve (quelli di “Hurban Hymns”, non quelli di “A Storm In Heaven”) non avete sbagliato di una virgola, perché i territori sonori sui quali si adagia questa produzione sono proprio quelli di un sano psych-pop rock. “Fireflies”, che strizza anche leggermente l’occhio al progressive dei Fire Theft, è la traccia che meglio potrebbe esprimere quanto appena detto. Le atmosfere più intime e acustiche (la toccante conclusione affidata a “Up ‘Til Dawn” ad esempio) si arruffianano per benino tutti gli appassionati dei Pearl Jam “in versione tranquillità e malinconia serale” e alla fine dei quarantadue minuti di musica ci si sente anche se in piccolissima parte, più in pace se non con questa strana e violenta realtà che stiamo vivendo, al di fuori delle nostre finestre, per lo meno con le proprie orecchie. |