| “Cosa?!? Grignani recensito?!? E poi…quasi cinque stelle?!? E’ un pesce d’aprile, vero?!? Ma, dico, siamo pazzi o cosa!?!”. Erano anni che volevo recensire questo piccolo capolavoro indie rock ma non trovavo mai il modo giusto per iniziare e allora mi sono concentrato sui pensieri che qualche lettore dotato di paraorecchi potesse avere al momento della visione della copertina in home page. Gianluca Grignani non è solo quello mezzo sfigato e belloccio che nel febbraio del 1994 cantava le sue voglie suicide a Sanremo. Non è solo un “potatore di aiuole” che spesso scimmiotta goffamente Vasco Rossi. Non è solo un uomo sposato, adesso, anche un po’ cicciotto e miope. Ci sono stati anni in cui Gianluca era sempre solo. C’è stato perfino un anno in cui era morto. Scomparso dietro alla hit di “Destinazione Paradiso”. Tutti credevano che fosse deceduto per overdose, invece ecco spuntare dal nulla un perfetto album da shoegazer. Grignani che muta nel “grigna”, un alter-ego dalle sembianze maleficamente burlesche, che si trasformerà poi in un vero e proprio joker, dalle sonorità acide ed elettriche delle migliori produzioni alternative rock anni novanta. Una marea di delay, effetti allucinanti, chitarroni a volte pesanti, altre appena accennati, linee di basso marcate come un pugno in faccia e riff presi un po’ dal grunge un po’ non si sa da dove, a sporcare l’onesto lavoro delle chitarre acustiche in sottofondo. La voce perennemente stanca, rende moltissimo seppur spesso scazzata, quasi fuori tempo. C’è un po’ di tutto: la rabbia contro la vita e le frustrazioni dell’essere considerato solo un burattino famoso e drogato (“Rok Star”); la filastrocca chitarra acustica e voce prettamente Devendra Banhart meets John Lennon con, in sottofondo, il rumore reale di un supermercato con tanto di comunicazioni di servizio delle cassiere (“Il Mio Peggior Nemico”). O la più bella Ghost Track che la musica rock italiana ricordi da moltissimi anni a questa parte, col testo tutto preso a descrivere la ripetizione infernale sempre dello stesso giorno. Non c’è un brano debole nella tracklist; ogni singola traccia dell’album poteva essere pubblicata come singolo, se solo l’opera fosse stata concepita in un paese diverso. Ma, dato che la storia incatena l’uscita di “Fabbrica” all’anno in cui in Italia impazzava ovunque la Pausini e al massimo si concedeva qualcosina agli Oasis, quasi nessuno diede retta ai deliri del Grigna. Questo disco contiene un’ispiratissima e impressionante quantità di disillusione (“Dio Non Vive Qui Con Me/Ma Dovevo Immaginarmelo/E’ Probabile Che Sia/ Un Bisogno Della Mente Mia”. Solo Cielo) e romanticismo (“Gli Occhi Azzurri Che Hai/E Quel Viso Da Angelo Tu/Cammini E Non Sai Chi Sei/Dispersa Tra I DIciott’Anni Tuoi. Fanny). Ma, soprattutto, quest’opera rock contiene al suo interno una vagonata di alterazioni mentali (“Sai Non Pensavo Che Nel Mezzo Del Far West/T’avrei Incontrata Anche Vestita Da Cow Boy/Ma Lo Sceriffo No, Non Ucciderlo, No…” L’Allucinazione) e droga (E’ Strano Oggi Non Sono Fuori Eppure Vedo Il Mondo A Colori…Testa Sulla Luna). La copertina del disco, verde acido (mai termine fu più azzeccato), tutta mezza rovinata con l’etichetta bruciacchiata è l’espressione migliore per descrivere la musica del grigna. Forse, però, sarebbe meglio chiudere qui la recensione con le stesse parole con cui Gianluca rispose nel ’97 ad un’intervistatore che gli chiedeva se si rendesse conto di che razza di album avesse mai pubblicato: “Mah...non so…io volevo solo rifare The Bends”. |