| E’ notte fonda. Siete finalmente riusciti ad uscire dal fitto bosco labirintico in cui vi eravate incautamente addentrati, seguendo un tortuoso sentiero, fatto di sassi appuntiti, che adesso vi porta direttamente davanti l’uscio di una casetta di legno apparentemente disabitata. Entrate e una calda aria estiva vi avvolge completamente. L’umidità comincia ad attaccarsi ai pori della vostra pelle. Tutt’intorno è buio e al centro della sala c’è una donna nuda che balla stringendo in mano un foulard che sta andando a fuoco e girandolo vorticosamente crea lucenti spirali intricate e ipnotiche. Rimanete ad osservare. Tutto rimane prevalentemente buio. Questa è nuova musica. Questa è la musica di Devendra Banhart e parla per immagini e sensazioni. 23 anni, sosia di Vincent Gallo e decisamente più convincente di lui al momento di imbracciare una chitarra acustica e cantare qualcosa a qualcuno. Dopo aver pubblicato un Ep dal titolo The Black Babies e un album dal titolo oscenamente lungo, (Oh Me Oh My…The Way The Day Goes…) il cantautore americano, ha da poco dato in pasto alle orecchie di tutto il mondo il suo terzo album intitolato Rejoicing In The Hands e tra pochi mesi tenterà di stupire ancora con un’opera chiamata Nino Rojo. Per il momento ci dobbiamo soffermare su ciò che abbiamo tra le mani: un piccolo tesoro. Rejoicing In The Hands si situa a ridosso della linea che divide il rock malinconico e lacerante dal folk-blues apparentemente più leggero. La poca precisione (o pignoleria) da parte di chi scrive, nel tracciare al millimetro i contorni della musica di questo artista è voluta, per il fatto che i riferimenti musicali, potrebbero essere infiniti. Il timbro vocale di Devendra è alto, ma capace di toccare anche terra con poco sforzo, estremamente melodico “and always in tune”. La sua voce è sofferente, lagnosa, tagliente a tratti addirittura fastidiosa, altre volta talmente bella che vorresti esserne cullato ogni dannata sera prima di andare a nanna. Se Thom Yorke decidesse di intraprendere la carriera solista imbracciando una chitarra acustica(!), molto probabilmente darebbe vita ad un disco simile a questo. La musica contenuta nell’album è stata subito etichettata come acustic e il cd nei negozi messo a fianco a quello di Damien Rice. Oggettivamente le somiglianze del caso ci sono tutte ma a differenza del già citato Rice, il disco di Banhart lascia qualcosa in più a chi lo ascolta anche solo per la prima volta. Pur essendo stato registrato anch’esso, come O del resto, in uno studio semi casalingo, dotato solo di un quattro piste mezzo sfasciato e sporco, con tanto di rumori di sottofondo da ascoltare in cuffia (trattasi di grilli, cicale e risatine isteriche, nello specifico!) c’è una maggiore consapevolezza dei propri mezzi e un più giusto dosaggio degli strumenti. Le tracce spaziano entro generi diversi l’uno dall’altro toccando tutti gli umori possibili. Il piano, la batteria, i violini e il basso suonano solo quando effettivamente serve il loro apporto per sorreggere una musica scarna e volutamente eterea, che vuole rattristare chiunque e fargli capire che no, questo non è un mondo bello…proprio per niente. Solo voce e chitarra per canzoni, pubblicate dalla XL, che si trascinano echeggiando, lungo un’estate e un sole cocente che proprio non gli appartengono. La cantilena di “It’s A Sight To Behold” o la marcia infantile ma accattivante di “This Beard Is For Siobhan”, con i suoi testi assurdi e surreali, danno la prova all’ascoltatore che quello che si ha per le mani non sia assolutamente un disco facilmente imitabile. Devendra Banhart non ha inventato niente di nuovo (né tanto meno aggiunto un accordo in più ai quattro arpeggiati famosi e inflazionati nel corso dei decenni) e non è di sicuro il nuovo Bob Dylan ma non è sicuramente l’ennesimo nuovo cantautore che si affaccia sulla scena per poi sparire entro tre anni. Se c’è un posto in primo piano, reso vacante dalla morte di Elliott Smith, stavolta tocca solo a lui occuparlo. |